DIALETTO
  o lingua materna, è uguale  

"Le lingue dal punto di vista fonetico sono migliaia, mentre dal punto di vista psicologico ne esistono solo due: la lingua materna o primaria e tutte l’altre lingue messe insieme o seconde". Ludwig Wittgenstein

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Paolo Pegoraro: il sapore delle parole in Noventa

 

 

Paolo Pegoraro  

Il dialetto è una lingua forgiata dall’esperienza, ha in sé l’eco della saggezza proverbiale, contiene l’autorità degli avi e dei patriarchi. è una lingua antica e forte, autorevole e bonaria...

 

Riferimenti:
bulletGiacomo Noventa, Versi e poesie
bulletGiacomo Debenedetti,Poesia italiana del Novecento
bullet Hermann W. Haiier: The Hidden Italy. A Bilingual Edition of Italian Dialect Poetry. Wayne State University Press, Detroit, 1986. 549p. Vedi recensione di Hugo Ibsen in: http://www.tidsskrift.dk/visning.jsp?markup=&print=no&id=99198
G. NOVENTA, Versi e poesie, a cura di F. MANFRIANI, Marsilio, Venezia 1996.

 

 
Pegoraro: il sapore delle parole in Noventa
Il critico letterario Paolo Pegoraro ci spiega la particolarità linguistica di Giacomo Noventa, poeta dialettale veneziano.
di Andrea Monda

Giacomo Noventa (1898-1960) è il poeta dialettale più ingiustamente trascurato, o come constata Cesare Segre «ostracizzato dalla cultura italiana» per le sue prese di posizione intransigenti e il suo ricercato antimodernismo. La fortuna dialettale del Triveneto annovera i nomi di Virgilio Giotti e Biagio Marin, mentre solo dal 1986 l’opera di Giacomo Ca’ Zorzi, in arte Giacomo Noventa, ha conosciuto maggior attenzione attraverso l’omnia critica, curata da Franco Manfriani per Marsilio.

Eppure i suoi versi hanno trovato estimatori d’eccellenza in Debenedetti, Fortini, Soldati, Casorati, Zanzotto, Giudici, Loi. Proprio il critico Giacomo Debenedetti, parlando del suo contrastato rapporto con la cultura ufficiale, scriverà che c’è bisogno di «un linguaggio che torni a chiamare pane il pane. Perché gli inganni di quella cultura sono probabilmente così sofistici, aberranti ed enormi, che il pane non si chiama più pane». Ne parliamo con il critico letterario e giornalista Paolo Pegoraro, collaboratore stabile con Letture, Vita pastorale – tra l’altro, con un recente intervento sugli scritti in sardo di Pietro Casu – e l’associazione culturale Bombacarta.

Perché Noventa usa il dialetto? C’è dietro una “difesa”, un “localismo”, un “venetian pride”? Oppure si tratta di una scelta stilistica? O addirittura “esistenziale”?

Andiamo con ordine, le risposte ce le dà Noventa stesso. In una poesia, per esempio, scrive «parché scrivo in dialeto …? / Dante, Petrarca e quel dai Diese Giorni / Gà pur scrito in toscan. // Seguo l’esempio». C’è qui la precisa volontà di riallacciarsi alla più alta tradizione lirica italiana, nientemeno che alle Tre Corone. Questo ci dice già che il dialetto, per Noventa, non vuol essere affatto un localismo periferico e neppure la protesta della provincia schiacciata dall’impersonale lingua statale.
pasolini
Allude a Pasolini?

Noventa non è un filologo né un nostalgico, anzi: quello che utilizza è un veneziano inventato, levigato, alleggerito perché sia compreso fuori della sua ristretta area geografica, cosa che non avviene per il casarsese [Pasolini]. Insomma, vuole tornare allo snodo del dialetto vivo quando diventa lingua classica, senza arroccarsi nel primo, né standardizzarsi nella seconda. Bisogna intendersi, dunque, sul significato di classicismo: Pasolini, appiattito nella sua ossessione deformante per il presente, equivocherà questa poetica accusandola di ottocentismo. Noventa invece intende il classicismo nel senso alto di Goethe, Heine, Leopardi: arte classica cioè universale, capace di parlare all’uomo in quanto tale, trascendendo l’imminente contesto storico-sociale. Composizioni classiche e cattoliche, auspicherà nel suo manifesto, ma specificando subito: «Classiche, cioè nemiche di ogni individualismo. Cattoliche: cioè nemiche di ogni particolarismo».

Però anche Noventa, come Pasolini, critica la lirica novecentesca.

Sì, ben prima di Passione e ideologia, e forse con maggior violenza. Noventa è stato un vero e proprio fustigatore di una cultura sempre più elitaria e narcisisticamente ripiegata sul proprio ombelico. Soprattutto ce l’aveva a morte con l’astrattezza del linguaggio lirico, incomprensibile al lettore comune, lontano dalla vita. Noventa invece, quello che scriveva lo faceva leggere alla madre e al fratello; solo dopo la loro approvazione lo spediva a intellettuali e poeti.

C’era in corso qualche polemica in particolare?

Noventa credeva nella letteratura etica più esigente, non risparmiava, nemmeno il secondo Ungaretti, al culmine del successo e punto di riferimento per il nascente ermetismo. Gli rimprovererà ferocemente il tradimento linguistico, parodiando la sua Pellegrinaggio del 1916: «Ungaretti / uomo di penna / ti basta un’Accademia / per farti coraggio». Insomma, identifica “illusione”, presente nell’originale ungarettiano, con “Accademia”.
Ma il vero avversario di Noventa è il “male di vivere” montaliano, inteso come sbocco del più acuto soggettivismo poetico e del più ozioso sport intellettuale… e si legga ‘Avèssimo ‘avùo pietà de le bele! Eppure, al di là del giudizio, c’è anche un senso di sofferta comunanza con questi poeti, come emerge in una poesia profondamente commovente come Dove i me versi.

Non salva nemmeno l’antiermetico Saba?

Veramente no: il principio poetico di Noventa è «il sapore del pane e la luce del cielo», e la poetica della “calda vita” ha soltanto il primo, è troppo immanente. Però si trattenne per l’amicizia a Giacomo Debenedetti, che tanto stimava Saba.

Insomma, salvava soltanto se stesso!

No, non salvava neppure se stesso, consapevole che la letteratura non può salvare. Salvano solo una politica e una religione continuamente rinnovati, gli eroi e i santi. Come scrive: «El poeta prepara una fiama, / pian pianin… e el va vìa pian pianin. / Sue no’ xé che le prime falìve, / e po’ i santi e l’eroe vignarà».
Debenedetti
Ha accennato a un legame con Debenedetti.

Sì, erano grandi amici, si erano conosciuti a Torino da Piero Gobetti. Proprio Debenedetti, in Poesia italiana del Novecento, dedica un’eccellente disanima al significato del dialetto per Noventa. I temi della sua poesia, dice, sono parole elementari come «amore cuore dio giustizia» – ben prima della rima sabiana «cuore / fiore» – ma sono parole che, nella lingua della cultura ufficiale, suonano anacronistiche o anche ridicole. Il dialetto, invece, è una lingua forgiata dall’esperienza, ha in sé l’eco della saggezza proverbiale, contiene l’autorità degli avi e dei patriarchi capace di dare ancora senso concreto a queste parole. È una lingua antica e forte, autorevole e bonaria: «è il parlare del padre, che può permettersi la sentenziosità del padre nobile, il cipiglio del burbero affettuoso, il fare del gran vecchio, l’oracolarità severa e segretamente benevola del patriarca. Ma è anche il parlare della madre: ne ha la tenerezza, la grazia familiare e, ancora una volta, il pudore affettivo».

Torna spesso la parola “affetto”: le sue poesie davano importanza al sentimento?

Sì, nei suoi versi anche la riflessione intellettuale è sempre integrata dal vissuto affettivo, che la inspessisce e l’autentica, fosse pure con la rabbia, il risentimento, la malinconia, la coscienza dell’emarginazione: è sempre partecipe, mai asettico. E poi l’amore è uno dei temi più ricorrenti in Noventa, con i suoi riferimenti continui alle «putele» e alla moglie Franca. Credo che il suo Versi e poesie sia tra i più bei canzonieri d’amore mai scritti.

Un canzoniere d’amore nel Novecento? Non è una scelta antiquata?

È forse antiquato l’amore? Dipende da come se ne scrive, e Noventa ne scrive con la sapienza dei vecchi: «Ghe vol del coragio, / par darse, e par tòr: / l’amor no’ xé fato / solo de amor. // Par amar, par vìver, / se deve odïar…». Oppure «Saver de no’ esser gnente / xé scominziar a amar». E non posso dimenticare due composizioni eccellenti come El saòr del pan e Gh’è nei to grandi.

Da dove viene la musicalità delle sue poesie?

Un po’ dal dialetto cantilenante, un po’ dalle forme metriche delle serenate e delle barcarole, ma soprattutto dal suo peculiare metodo di composizione. Noventa non ha scritto un verso per decenni, le componeva oralmente e le declamava agli amici vietando di scriverle perché «scrivere è decadere». Solo la moglie Franca avrà il permesso di farlo. Sono versi musicali perché sono nati come canto, sono forgiati dalla voce viva.

Noventa ha scritto soltanto in dialetto?

No, la maggior parte dei suoi libelli e interventi giornalistici sono in italiano. Anche alcune poesie sono scritte in italiano, e vale la pena ricordare quella che Noventa, poco prima di morire, detta all’amico Aldo Garosci: «E così ce ne andremo perdendo a una a una / anche le parole più care, ed arrivando / fino a Dio con carte bianche, ma forse / con visi più sereni: mon lecteur, mon frère». Noti la chiusura, evidente sottrazione a quel Baudelaire che scriveva: «- hypocrite lecteur, - mon semblante, - mon frère!». Per Noventa il lettore è semplicemente fratello che condivide la stessa umana avventura dell’autore.

Questo ci porta a un’ultima domanda, ovvero qual è il mondo spirituale di Noventa. C'è un anelito religioso? O comunque verso il trascendente?

Giacomo Noventa non ha mai fatto mistero del suo cattolicesimo ortodosso, che riteneva unico rimedio per il moderno, compiaciuto “male di vivere”. Ma amava la laicità dello Stato ed era nettamente anticlericale: tant’è vero che in gioventù adoperò come pseudonimo Emilio Sarpi, lo storico laico del Concilio di Trento. Poesie come Dove i me versi e Il giudizio universale ci parlano di una religione personale, liberante, che rende l’uomo più uomo.




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Autore del sito Paolo Pegoraro (breve biografia)
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