Lingua e dialetto
Dialetti sì o no?
La questione: dialetti sì, dialetti no, non può essere risolta con
argomenti puramente razionali, ma dipende anche da nostre scelte emotive
e da esperienze personali.
Esistono due mentalità, fra
di loro difficilmente comunicanti.
Una: « il mondo è bello perché è vario »; la diversità,
anche linguistica, delle persone, è una grande ricchezza, che rende
interessante e quindi ci fa amare di più l'umanità. Di questo
io sono profondamente convinto.
L'altra: « per capirci
dobbiamo essere il più possibile tutti uguali ».
Perché non mi piace? In primo luogo, per una sorta di repulsione
istintiva: tutti uguali, che noia!
Poi, facile dire « tutti uguali »; ma se uno proprio
insiste, e vuol essere diverso, che facciamo: lo sbattiamo in prigione?
Lo mandiamo in un campo di rieducazione per devianti (mentali,
linguistici, religiosi ecc.)?
Infine, ho parlato di esperienze personali.
Un momento di svolta cruciale nella morte dei dialetti si è avuto negli
anni '60. Io, che li ho visti da vicino, me li ricordo come
una specie di rullo compressore: prima il boom economico e la prima
ondata di consumismo, poi le bandiere rosse del '68 hanno, più o meno
consapevolmente, portato ad una quasi totale omologazione della società
italiana secondo un modello pseudo-americaneggiante.
I danni sono sotto gli occhi di tutti: provincialismo, povertà
culturale, una falsa uguaglianza che in realtà è livellamento verso il
basso e mortificazione di ogni aspetto creativo della nostra civiltà.
Questo degrado è in gran parte irrimediabile. Proprio per questo
dobbiamo aggrapparci, come ad una reliquia miracolosa, ad ogni elemento
di varietà culturale, linguistica ecc. che ci sia rimasto.
http://www.mauriziopistone.it/testi/discussioni/dialetti_1.html
Lingua e dialetto nella storia
Tra lingua e dialetto non vi
è una differenza di tipo linguistico, ma di status; o per
lo meno così è all'inizio. La
lingua ha un carattere di ufficialità che invece viene negato al
dialetto; e questo nasce da cause puramente storiche e sociali.
Infatti una medesima forma di espressione può essere, a seconda delle
epoche e delle zone, classificata come lingua o come dialetto.
Il portoghese è la lingua ufficiale del Portogallo; ma in
Galizia, il gallego, che è la stessa cosa, è (o era fino a poco
fa) un dialetto locale.
Emblematico il caso dell'occitano: dal XII secolo agli inizi del
XIV fu una delle principali lingue di cultura d'Europa, tanto da essere
correntemente usato anche al di fuori della sua zona d'origine, dalla
Catalogna al nord Italia. Improvvisamente, per vari motivi storici, fu
relegato a forma di espressione locale, popolare. Nell'800 si tentò di
farlo rivivere come lingua letteraria, tentativo che dura tuttora, ma
che non è riuscito a frenare la sua decadenza.
Qualcosa del genere è capitato in Italia con il siciliano.
Però questa differenza di status ha a sua volta un pesante riflesso di
tipo linguistico.
Le lingue ufficiali, proprio in quanto tali, assumono una ricchezza
lessicale e una formalizzazione grammaticale che invece i dialetti
gradatamente perdono. È vero
che all'inizio il toscano non aveva particolari caratteristiche che lo
rendessero preferibile al siciliano, all'umbro, al lombardo, al veneto
(solo per indicare parlate che, intorno al 1250-1300, ebbero importanti
manifestazioni letterarie); ma ormai la trasformazione è
irreversibile. Io non saprei tradurre la Divina Commedia o la Critica
della ragion pratica in piemontese; forse Tòni Bodrìe ci
riuscirebbe, ma risulterebbe incomprensibile alla stragrande maggioranza
degli stessi piemontesi. (Tòni Bodrìe è uno dei più grandi poeti del
'900; purtroppo è l'unico in grado di capire le sue stesse poesie e di
tradurle in italiano).
La standardizzazione della
lingua ufficiale la rende più o meno uniforme su un'area geografica
molto vasta; invece, uno dei caratteri più affascinanti (e più scomodi
per l'uso pratico) dei dialetti è l'estrema varietà locale. Già Dante
rilevava che nella città di Bologna si parlavano sei dialetti diversi,
a seconda dei diversi borghi della città. La stessa situazione
si verifica ancora adesso là dove il dialetto è vivo e vitale; vi sono
paesini di montagna di poche centinaia di abitanti in cui la pronuncia
permette di distinguere immediatamente quelli che vengono dalle borgate
alte da quelli che vengono dal capoluogo. Certo, se
si decidesse che il piemontese è la lingua ufficiale del
Piemonte (cosa del tutto improbabile), occorrerebbe stabilire quale
piemontese: se si scegliesse quello della tradizione letteraria scritta
(ne abbiamo una, piccolina, anche noi) sicuramente nascerebbero
movimenti autonomisti nelle Langhe, nel Canavese, nel Monferrato a
rivendicare la nobiltà e la venustà della loro favella (per non
parlare delle zone occitane, walser e franco-provenzali).
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