DIALETTO
  o lingua materna, è uguale  

"Le lingue dal punto di vista fonetico sono migliaia, mentre dal punto di vista psicologico ne esistono solo due: la lingua materna o primaria e tutte l’altre lingue messe insieme o seconde". Ludwig Wittgenstein

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Gianbattista Vico, La Scienza nuova

 

 

Giovanni Battista Vico

1)   Le lingue sono il più grande monumento dei popoli. 
Las lengas son lo mai grand monument dels pòples. 
Languages are the greatest monument of peoples. 
Les langues sont le plus grand monument des peuples. 

2)   La lingua volgare è il testimone più grave della storia dei costumi dei popoli, perché i popoli sono nati nel tempo in cui essi si sono dati una lingua.  (

 

Biografia e opere

Filosofo italiano (Napoli 1668-1744). Contribuì, sia pure indirettamente, alla formazione della teoria kantiana della conoscenza opponendosi a quella di Descartes, e soprattutto con la sua filosofia della storia anticipò concezioni successivamente sviluppate dalla cultura preromantica, romantica e idealistica tedesca e in particolare da Herder e da Hegel. Tormentato per tutta la vita da una disagiata situazione economica, da una salute malferma e da una vita familiare non sempre felice, V., dopo aver studiato giurisprudenza, filologia e filosofia, esercitò per breve tempo la professione di avvocato, fu precettore e insegnante privato presso diverse famiglie napoletane, e nel 1699 venne infine nominato professore di retorica all'Università di Napoli. Le sue opere principali sono: De nostri temporis studiorum ratione (1709), De antiquissima Italorum sapientia (1710), De universi juris uno principio et fine uno (1720), De mente heroica (1732). Ma il suo capolavoro è La Scienza nuova* (1725). Di rilevante interesse è la sua Autobiografia (1728).

 

Filosofia: il pensiero

Secondo il pensiero del filosofo napoletano, il sapere umano è limitato, perciò a ogni nuova estensione del sapere va premessa una critica che vagli la natura, le possibilità e i limiti del suo conoscere, condizione necessaria per acquisire la verità. Sviluppando questa premessa V. arriva alla convinzione che le scienze umane sono avvantaggiate rispetto a quelle naturali, perché l'uomo può conoscere fino in fondo soltanto ciò che egli stesso ha prodotto: si sa ciò che si fa. Nelle scienze naturali invece l'uomo raggiunge al massimo la verosimiglianza, mai la certezza e l'evidenza ultima: se si potessero dimostrare i fenomeni fisici, si sarebbe capaci anche di produrli. La natura e i fenomeni fisici non sono prodotti, ma trovati dall'uomo e in questo caso il suo conoscere non ne penetra tutta l'essenza. Solo Dio, che ne è il creatore, può conoscere con la certezza della dimostrazione la natura. Il mondo della storia si offre invece all'uomo come un ambito in cui è possibile una conoscenza adeguata, giacché l'uomo stesso ne è l'artefice. Che la scienza quindi scandagli la natura e i suoi fenomeni anziché indagare nella storia umana per riscoprire e riconoscere in essa la spiritualità dell'uomo è un paradosso. La certezza che può offrirci la storia non è minore di quella offerta dalla geometria: entrambe infatti sono opera dell'uomo. Della storia l'uomo può avere una comprensione integrale: compito e fine del sapere è dunque quello di studiarne e portarne alla luce le leggi, i ritmi che la governano e di svelarne così il vero volto. In tal modo V. poneva le basi di una nuova metodologia della storiografia e delle scienze umane. Nella Scienza nuova V. si propone di scoprire l'intima struttura dello sviluppo delle cose umane, cioè della storia; quali sono le leggi e i principi che reggono e governano questo sviluppo; quali sono le fasi e i gradi successivi attraverso i quali l'uomo è passato partendo da una condizione selvaggia e quasi animalesca per arrivare alla cultura e alla civiltà più progredita. La storia palesa, secondo V., una legge che ne guida lo svolgersi secondo uno schema triadico: l'età degli dei, l'età degli eroi e l'età degli uomini, in continua successione dell'una nell'altra, sì che il cammino della storia appare come un tracciato circolare, sul quale il continuo e ininterrotto ripetersi di quelle tre età o stadi finisce per ritornare sui propri passi e ricominciare così il ciclo nuovamente dall'inizio. 

Nei miti, nelle saghe e nel linguaggio dei popoli e delle stirpi V. ricerca le testimonianze e le tracce dei primi tempi della storia umana. Ai geroglifici che costituiscono un linguaggio ancor impacciato segue la lingua eroico-poetica e a questa segue infine la lingua umana e prosaica: la lingua della civiltà e della scienza moderna, che riproduce nell'ordine delle idee l'ordine delle cose, aderendo il più strettamente possibile alla realtà e non lasciando più spazio all'invenzione e alla fantasia. 

Lo studio delle lingue e delle etimologie diventa così d'importanza capitale perché possa realizzarsi un'autentica e approfondita conoscenza storica. Da questo appare evidente come l'interpretazione vichiana della storia muova da una condizione primitiva e selvaggia, dalla quale solo gradualmente l'uomo si libera. In questa prima età l'uomo, preda di mille paure e timori, subisce passivamente la cieca e imprevedibile volontà degli dei che egli supinamente adora. Passa poi all'età degli eroi, caratterizzata da un regime oligarchico e aristocratico nel quale il potere si esprime nell'arbitrio di pochi. Al culto degli dei si sostituisce ora quello degli eroi, gli stessi che detengono il potere. Nella terza e ultima età, infine, subentrano la coscienza, la ragione e il dovere: gli uomini sono ora capaci d'intendere e di volere autonomamente, sono cioè padroni di sé. Culmine e manifestazione estrema di questa età è, secondo il V., il prosaico mondo della moderna civiltà borghese, unicamente preoccupato di garantirsi sicurezza e benessere. Essa perciò entra in crisi e ne inizia il processo di disfacimento e di decadenza, prospettando il ritorno a una nuova barbarie. In una vera e propria catastrofe planetaria la civiltà stessa si disgrega riconsegnando l'uomo alla sua situazione originaria e consentendo così alla storia di ricominciare da capo il proprio ciclo. V. ebbe la sua piena valutazione solo dallo storicismo ottocentesco e soprattutto da B. Croce, che ne studiò a fondo l'opera e mise in luce la grande attualità e la profondità speculativa delle sue dottrine.

 

Bibliografia

R. A. Caponigri, Time and Idea, the Theory of History in Giambattista Vico, Londra, 1953;
A. Battistini, La degnità della retorica. Studi su Giambattista Vico, Pisa, 1975; 
J. Berlin, Vico and Herder. Two Studies in the History of Ideas, Londra, 1976; 
F. Bottini, La sapienza nella storia. Giambattista Vico e la filosofia pratica, Milano, 1991. 

    GEDEA Multimediale De Agostini

 

La Scienza nuova

opera di G. B. Vico. Frutto di venticinque anni di “aspra meditazione”, il capolavoro di Vico ebbe il suo primo germe nella Scienza nuova in forma negativa, stesa tra il 1723 e il 1725 e non pubblicata per difficoltà finanziarie; vide poi la luce nel 1725 con il titolo Principi di una Scienza nuova dintorno alla natura delle nazioni e fu arricchita nella seconda edizione del 1730 (Scienza nuova seconda) e nell'ultima del 1744. Secondo Vico gli uomini si sono stranamente affannati a studiare il mondo della natura, «del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza», e hanno trascurato il mondo civile, i cui principi, rintracciabili entro le modificazioni della mente umana, costituiscono le leggi della “storia ideale eterna”. La S. è quindi l'autocoscienza del processo storico come opera sociale degli uomini e si fonda sul nesso della filologia, che fornisce la conoscenza del certo, con la filosofia, che insegna il vero. La storia si riconduce, per Vico, al succedersi di tre età, corrispondenti alle tre fasi dello sviluppo mentale degli uomini che «dapprima sentono senza avvertire, dipoi avvertono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura»: all'età del senso o degli “dei” succede l'età della fantasia o degli “eroi” e infine l'età della ragione o degli “uomini”. Giunta al culmine dell'ultimo stadio, l'umanità ricade nella barbarie, aprendo così un nuovo ciclo. Pur essendo arcaica nella sua impostazione generale, la teoria dei “corsi e ricorsi” fornisce però al filosofo la chiave per comprendere l'uomo primitivo: la modernità del pensiero vichiano consiste appunto nello sforzo di ricostruire la mentalità degli «stupidi insensati ed orribili bestioni», i cui miti sono genialmente considerati da Vico come una forma prelogica di conoscenza della realtà. L'insorgere nell'oscura coscienza dei primitivi della prima aurorale forma di consapevolezza si accompagna con l'invenzione del linguaggio poetico; la poesia pertanto, affermandosi prima della riflessione, possiede un valore autonomo: tesi, questa, di capitale importanza nella storia dell'estetica moderna. Corollario di tale dottrina è la «discoverta del vero Omero»: non nei riposti ammaestramenti morali dei suoi poemi, ma nel vigore fantastico consiste la vera grandezza di Omero; anzi, l'Iliade e l'Odissea non sono opere di un solo autore, ma il risultato di una creazione anonima e collettiva del popolo greco: sono così gettate le basi della “questione omerica”. Allo stesso modo la grandezza di Dante non è affidata alla robustezza della costruzione teologico-dottrinaria, ma all'energia primitiva dei sentimenti, che fa di lui il “toscano Omero” e il segno di quella rinnovata barbarie che è il Medioevo. Di stile oscuro e contorto e al tempo stesso lapidario e solenne, la S. è dominata da una tensione eroica, quale si addice alla straordinaria avventura della discesa agli inferi della barbarie da cui è scaturita la civiltà umana.

    GEDEA Multimediale De Agostini

 

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Autore del sito Paolo Pegoraro (breve biografia)
Web registrato il 20/01/2006; aggiornato il 10/06/2011 ; pagine sfogliate Hit Counter volte