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Federico Fellini
| « Il dialetto è come i nostri sogni, qualcosa di remoto e di rivelatore; il dialetto è la testimonianza più viva della nostra storia, è l'espressione della fantasia. » |
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Riflessioni sul dialetto
Biografia
Regista cinematografico italiano (Rimini 1920-Roma 1993). Dopo una giovinezza vivace, confluita in attività di giornalista e di caricaturista (L'Avventuroso, Marc'Aurelio) e di autore umoristico per la radio e il teatro di rivista, dal 1942 si dedicò interamente al cinema. Dapprima fu scenarista per film interpretati da Fabrizi e, nell'ambito del neorealismo, per film di Rossellini, Germi e Lattuada; negli anni Cinquanta passò alla regia, facendo ricorso, quale autore di film sceneggiati con E. Flaiano e T. Pinelli, all'autobiografia e alle memorie di adolescenza nella provincia d'origine e affermando un lirismo e una dimensione barocca e fantastica della vita assai personali. Esordì nel 1951 con Luci del varietà (firmato con A. Lattuada) e proseguì da solo con
Lo sceicco bianco (1952), con I vitelloni (1953) , rivelando, tra l'altro, la capacità, dimostratasi poi inesausta, di creare tipi e coniare titoli destinati a entrare, anche all'estero, nell'uso corrente. Dopo l'episodio Agenzia matrimoniale per
Amore in città (1953), diede con La strada (1954) , Il bidone (1955) e
Le notti di Cabiria (1957) una trilogia ispirata a una sorta di oggettivismo o realismo “creaturale”, di cui
La dolce vita* (1959) , angosciante affresco sulla disgregazione di ogni valore nella
Roma caput mundi, rappresentò da un lato la summa e dall'altro l'aperta rottura. Dopo l'appendice di costume costituita dall'episodio
Le tentazioni del dottor Antonio (1961) per Boccaccio '70, il regista realizzò uno dei suoi film più alti con il racconto introspettivo di un film che non gli riusciva di realizzare: 8½ (1963). Nel successivo
Giulietta degli spiriti (1965) , animato da un rutilante gioco di scenografie, volle trasferire in un personaggio femminile il ricamo delle proprie ossessioni. Dopo un altro episodio,
Toby Dammit (1968) dal racconto di Poe, incluso in Tre passi nel delirio, F. si accostò alla televisione con
Block-notes di un regista (1968), ritornandovi poi con I clowns (1970), in cui celebrava l'amore antico per il circo. Tra i due “special” diresse nel 1969 (con un nuovo collaboratore alla sceneggiatura, B. Zapponi) Fellini Satyricon. Negli anni Settanta il cineasta tornò ancora, in
Roma (1972) e in Amarcord* (1973) , ai due poli della sua ispirazione: la capitale del suo cinema e la Romagna dei suoi sogni e condizionamenti infantili e adolescenziali. Ma nel
Casanova (1976) il suo universo si è per la prima volta aperto al continente Europa e il secolo dei lumi vi diventava pretesto per una metafora degli oscuri tempi attuali; metafora che si faceva apologo politico diretto nel mediometraggio televisivo
Prova d'orchestra (1978). Minore novità ha invece espresso il confronto con il femminismo, proposto da
La città delle donne (1980), mentre E la nave va (1983) è un'opera lucida e ricca di allusioni metaforiche. Impegnative anche le successive prove del regista,
Ginger e Fred (1986) , denuncia della volgarità dello spettacolo televisivo,
Intervista (1987) e l'ambizioso La voce della luna (1990), tratto da Il poema dei lunatici di E.
Cavazzoni.
Bibliografia
- R. Renzi, Federico Fellini, Parma, 1956;
- A. Solmi, Storia di Federico Fellini, Milano, 1962;
- G. Salachas, Federico Fellini, Parigi, 1963;
- B. Rondi, Il cinema di Fellini, Roma, 1965;
- C. G. Fava, A. Viganò, I film di Federico Fellini, Roma, 1987.
da GEDEA Enciclopedia Multimediale De Agostini
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