DIALETTO
  o lingua materna, è uguale  

"Le lingue dal punto di vista fonetico sono migliaia, mentre dal punto di vista psicologico ne esistono solo due: la lingua materna o primaria e tutte l’altre lingue messe insieme o seconde". Ludwig Wittgenstein

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Elisabeth Jankowski, Lingua materna, lingua interiore

 

 

Elisabeth (Lisa) Jankowski

1   Quando la bocca non può parlare le parole escono dalla pelle, da tutti i pori perché la lingua materna è una strana lingua. È parola, ma non solo parola, gesto ma non solo gesto, timbro della voce ma non solo.

2   La lingua materna non è solo parola, è sentire, è muoversi, è il ritmo del respiro, l’espressione del viso, il timbro della voce, la qualità del sorriso, la direzione dello sguardo, la stretta della mano. La lingua materna è fatta di odori, immagini, movimenti, sensazioni nello spazio, vibrazione della voce, concetti, percorsi, strutture relazionali e anche grammaticali.

3   Così la nostra parola delle origini è composta di una parte udibile e visibile nella scrittura ma anche di una gigantesca parte di sostanza invisibile e non facilmente trascrivibile.  

4   La lingua materna è la lingua migliore e la lingua più completa che possediamo e l’educazione dei nostri figli in un’altra lingua non potrà mai essere così completa. 

5   E’ stato fatto una ricerca che sostiene che i ragazzi e le ragazze bilingui sono più felici perché hanno una grande quantità di risorse. Si ritiene che generalmente siano anche più intelligenti. 

 

[Breve biografia]

 

Lingua materna, lingua interiore

Quando la bocca non può parlare le parole escono dalla pelle, da tutti i pori perché la lingua materna è una strana lingua. È parola, ma non solo parola, gesto ma non solo gesto, timbro della voce ma non solo.

La lingua materna non è solo una lingua ma è la stoffa del nostro esistere. La si apprende nelle zone d’ombra dell’esistenza. Nessuno si ricorda come ha imparato a parlare, a dire le prime parole. È una lingua che apprendiamo senza il nostro consenso, senza volontà, senza libertà, senza coscienza, senza regole, senza grammatica e soprattutto senza traduzione. Ed è per questo che circola in stati di coscienza a noi spesso preclusi, ma diffusi in tutto il corpo ed entra nella notte nei nostri sogni e nella creatività del nostro agire. La lingua materna non è solo parola, è sentire, è muoversi, è il ritmo del respiro, l’espressione del viso, il timbro della voce, la qualità del sorriso, la direzione dello sguardo, la stretta della mano. La lingua materna è fatta di odori, immagini, movimenti, sensazioni nello spazio, vibrazione della voce, concetti, percorsi, strutture relazionali e anche grammaticali[1].

La lingua materna si apprende attraverso quello che oggi chiamiamo embodiment (essere completamente nel corpo), quando il pensiero scaturisce dal movimento e dai sensi e il sé non è ancora presente. In quel momento nasce una categoria inconscia dell’esperienza. Il regno dell’esperienza non mediata da altra lingua è il regno dell’inconscio[2].

La apprendiamo da nostra madre perché già in utero abbiamo sentito la sua voce e siamo in un intenso dialogo con lei. Non dobbiamo dimenticare che nelle società occidentali si tratta soprattutto del rapporto esclusivo con la madre mentre in altre società la cura dei figli è nelle mani di tutto il gruppo femminile. La madre è allora anche la nonna oppure la zia. Tutta la genealogia femminile è il riferimento per il piccolo o la piccola. In alcune culture[3] la lingua materna è del tutto diversa dalla lingua paterna, cioè da quella degli uomini che i bambini apprendono successivamente. Diverso è anche il rapporto con la madre o “chi per essa” se il bambino è portato addosso a contatto con il corpo materno oppure se è seduto su una seggiola di fronte alla madre. Da una parte abbiamo una trasmissione più corporea della lingua e una maggiore esposizione alla comunità degli interlocutori, dall’altra abbiamo soprattutto una situazione di dialogo individuale.

Lingua colta e lingua intensa 

 

Più è intenso, comunque, il dialogo con nostra madre, o “chi per essa”, più questo mondo sommerso della lingua interiore prende forma, si specifica, si arricchisce. Ciò non vuol dire che la lingua deve essere molto ricca di vocaboli. Deve solamente essere intensa[4].

Dobbiamo distinguere tra lingua più colta e lingua più intensa. La lingua scolastica sarà sempre la lingua colta, lessicalmente ricca. Essa serve alla scrittura in primo luogo e alla lettura. La lingua materna ha un compito completamente diverso. Non aspira a insegnare più parole possibili, ma a far comprendere il senso del parlare. Difatti, nella prima infanzia si insiste molto sui linguaggi dei cani e dei gatti e delle mucche, per insegnare al bambino che ogni essere umano o animale ha la propria lingua. Dobbiamo parlare, le nostre sensazioni e le nostre impressioni devono essere espulse come dobbiamo espellere il cibo e le bevande. La lingua serve per ripulire la nostra anima. Ha bisogno di essere nutrita di parole, queste devono percorrere un ciclo di nutrizione spirituale, ma poi devono di nuovo trovare la via di uscita: le parole devono essere espresse. L’equilibrio di parole che entrano ed escono deve essere appreso come quello alimentare altrimenti si può diventare “anoressico” o “bulimico” di parole.

La lingua materna fa crescere la nostra anima, il nostro cuore, arricchisce i nostri sentimenti che a loro volta strutturano le nostre categorie più fondanti, la grammatica. Alcune ricerche concordano che la lingua della madre, o chi per essa, è dominante soprattutto a livello grammaticale.

   

Lingua interiore, sostanza invisibile

 

La lingua non può fare a meno dei rapporti. La lingua materna è per definizione questa:

una lingua vincolata alle persone, al luogo e al tempo.

La lingua materna ha comunque soprattutto il compito di creare la lingua interiore[5]. Così la nostra parola delle origini è composta di una parte udibile e visibile nella scrittura ma anche di una gigantesca parte di sostanza invisibile e non facilmente trascrivibile.

Ma cosa è la lingua interiore? Non è espressione verbale ma quella sostanza che si crea solo a partire dall’esperienza ed è fatta di questa materia anche se non solo di questa.

Ci capita spesso di voler dire qualcosa, ma non riusciamo a esprimerlo a parole, in nessuna delle lingue che usiamo. Eppure è qualcosa che vogliamo dire. Si tratta spesso di una sensazione, di cui comunque abbiamo una coscienza abbastanza chiara.

Forse le persone che parlano più lingue percepiscono più chiaramente l’esistenza di questa lingua interiore.

La lingua materna in parte si trasforma, ma contiene anche molte immagini e parole che ci abitano concretamente per sempre. Nella vecchiaia e nella malattia ci parlano più fortemente.

Il bambino o la bambina che non possiede questa lingua interiore non è capace di apprendere alcunché. Nei testi di linguistica si citano i famosi casi di bambini che hanno imparato la prima lingua dopo i 12 anni e non l’hanno mai imparato bene.

Cosa succede invece a un bambino bi- o trilingue? Qual è la sua lingua interiore?

La sua lingua interiore non è la lingua materna ma è creata da lei e resta a lei prossima.

Molti bambini sono effettivamente plurilingui fin dalla prima infanzia. Il piccolo Leroy per esempio, è nato a Verona da una mamma del Ghana. Lei gli parla in inglese, ghanese e nella lingua Ashanti e lui all’asilo parla italiano. Quando va in Ghana sente forse anche qualche altro dialetto da parte dei parenti. Certo lui non farà nessuna confusione e avrà una lingua materna composita. Sarà uno di quei bambini plurilingui che poi parlerà meglio la lingua che userà di più, probabilmente l’italiano. Ma la lingua della madre, della nonna e della zia, nel caso di Leroy, sarà la lingua più importante perché già sentita in utero e sulla schiena grazie alle vibrazioni trasmesse per via ossea dal corpo della madre e della nonna.

La lingua materna è la lingua migliore e più completa che possediamo e l’educazione dei nostri figli in un’altra lingua non potrà mai essere così completa. Anzi la maggior parte delle persone migranti che parlano italiano in casa perché lo credono utile al bambino non si rendono conto di parlare una lingua molto modesta con loro e di rinunciare a una lingua meravigliosa.

Ciò che resta inesprimibile, perché alla madre manca la competenza di esprimerlo nella lingua che non è quella dell’origine, resta muto. Anzi, molte madri, come descritto da Francine Rosenbaum[6], diventano afasiche. Non parlano più in nessuna lingua. Ciò che resta inesprimibile va perso o entra nell’inconscio.

 

Quando la madre non parla la lingua materna

 

Ma che cosa succede se la madre non parla nella lingua materna con i propri figli e figlie? Prima di insegnare la lingua materna ai propri figli bisogna amare la propria lingua e trovarsi a casa in essa. Ma qui si apre un’altra questione: l’amore per la propria lingua. Molti sono gli esempi che parlano di una fuga dalla lingua materna. Per conflitti in famiglia oppure per la storia del proprio paese ci si può disamorare della propria lingua e preferirne un’altra, straniera, perché la lingua materna risveglia dolori, discriminazione, alle volte insopportabili. Inoltre la lingua materna per molti stranieri spesso non è veramente lingua materna, ma lingua coloniale cosa che porta con sé sentimenti molto ambigui.[7]

Alcune madri, pur amando la propria lingua sono convinte di favorire il figlio o la figlia sopprimendo la lingua materna per non creare loro delle difficoltà a scuola.

Facendo così, invece, le difficoltà sorgono perché senza la lingua materna il cervello è senza struttura e la nuova lingua non sa su quali percorsi procedere. La lingua straniera senza la lingua materna è come una macchina senza motore…

[1] Vedi anche: Corinna Belliveau, Simultaner bilingualer Spracherwerb unter entwicklungs- und kognitionspsychologischen Aspekten, Shaker Verlag, Aachen 2002.

[2] Cfr. P. Kugler, L’alchimia delle parole, trad. it. di Luciano Perez, Bergamo, Moretti & Vitali Editori, 2002, pp. 24-25.

[3] John Bradley, Man speak one way, women speak another, in: Jennifer Coat (edited by ), Language and Gender, Blackwell Publishers, Oxford UK 1998, pag. 13-20.

[4] Vedi a questo proposito il testo di Rose Götte, Sprache und Spiel im Kindergarten, Beltz Verlag Weinheim und Basel,  1991, pag. 15/16.

[5] Naturalmente ognuno di noi ne possiede una diversa. Non è la lingua pura di Benjamin e non è la capacità innata di Chomsky.

[6] Francine Rosenbaum, Approche transculturelle des troubles de la communication, Masson Editore, Paris 1997.

[7] Cfr. Eva-Maria Thüne, Estraneità nella madrelingua, in: All’inizio la lingua materna, a cura di Eva-Maria Thüne, Rosenberg & Sellier, Torino 1998, p. 57-93.

 

biografia

Breve biografia

Elisabeth (Lisa) Jankowski, tedesca di origine, vive e lavora a Verona da molti anni. Insegna la lingua tedesca all’Università di Verona; fa parte della munità filosofica di Diotima e di Ishtar Associazione di donne italiane e straniere). È studiosa della lingua materna e dell’insegnamento della lingua straniera. Allieva di Ida Travi, scrive poesia in lingua materna, ma anche in italiano; spesso cerca risonanze fra le due lingue.

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Elisabeth Jankowski, Lingua materna, lingua interiore, in: Eco, l’educazione sostenibile, n 6,  giugno 2006, p.9-11. http://www.educazionesostenibile.it/   

DIOTIMA Comunità Filosofica Femminile http://www.diotimafilosofe.it/ 

 

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Autore del sito Paolo Pegoraro (breve biografia)
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